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Valle PO

BREVI NOTIZIE STORICHE

Come per tutte le balme, così anche la Grotta di Rio Martino ha un passato legato alla preistoria, le cui vestigia furono ritrovate nel sottosuolo dell’avangrotta durante i lavori di scavo degli anni 1871 e 1872; lavori che portarono alla luce un’ascia di serpentino e arnesi neolitici, molti dei quali andarono distrutti dall’imperizia del personale adibito ai lavori di sterro.

            Il materiale ritrovato non ebbe migliore sorte poiché nessuno si curò di catalogarlo e conservarlo in luogo sicuro.

            Tra i “si dice” sembra siano state ritrovate rovine di un’antica abitazione di probabile datazione neolitica; una notizia in tal senso era apparsa sulla “ Gazzetta di Saluzzo” il 28 luglio 1872.

            Rozzi anelli di ferro, rinvenuti a circa due metri di profondità, testimoniano la presenza di gente romana che a Crissolo formava una colonia fin dai tempi di Diocleziano.

            Nel Medioevo si riteneva che all’interno della Grotta fossero di casa “masche” e spiriti maligni. Nel grande antro convenivano persone “sospette”, le quali, in riunioni orgiastiche con innominabili esseri infernali e streghe, perpetravano malefizi che puntualmente si manifestavano con temporali, valanghe e altre calamità che la severità dell’ambiente montano di certo non lesinava.

            Verso la fine del ‘500, la grotta fu esorcizzata dai Gesuiti saliti a Crissolo per riconvertire al Cattolicesimo alcuni dei crissolesi passati alla fede protestante. Si dice che furono gli stessi Gesuiti a intitolare la grotta all’inquisitore Martino Delrio. Da quel giorno, cessarono i sabba nella grotta che fu visitata nell’anno 1609 dal Cardinale Cinzio Albobrandi nipote di Papa Clemente VIII e dal Cardinale Cesareo.

            Nel 1627 l’abate e scrittore milanese Valeriano Castiglione descrisse una sua visita esplorativa nel suo “Relatione di Monviso et della origine del Fiume Po” (ed. Tip. Strabella Cuneo 1627).

            Nel 1655 la grotta fu scelta dall’allora vicario di Crissolo quale luogo sicuro per custodire le reliquie di San Chiaffredo, sino allora conservate nel Santuario omonimo presso Crissolo, preservandole da possibile manomissione da parte dei valdesi. Il 18 giugno 1655 le reliquie presero dimora nella grotta accompagnate dal popolo in preghiera.

             Stroncato il protestantesimo da Carlo Emanuele III, le reliquie ritornarono nuovamente in Santuario.

Nel 1772 il saluzzese Vincenzo Malacarne, in occasione di una sua visita sentenziò che la grotta fosse in passato una miniera d’oro. Nel 1808 fu qualificata come cava di marmo. Fu con materiale qui estratto che si restaurò il Santuario di San Chiaffredo.

            Nei secoli, molti personaggi illustri visitarono la Grotta che interessò anche i membri dell’allora regnante Casa Savoia.

             Nella seconda metà del 1800 fu iniziata la costruzione di un camminamento più agevole nell’interno con la posa di ponticelli di legno muniti di “mantene” (mancorrenti) e altri accorgimenti; all’esterno era già stato tracciato un sentiero. Le opere furono inaugurate il 3 agosto 1878. Nel 1875 era stato tentato un esperimento ittico, gettando nelle gelide acque sotterranee delle trote e botte che nel 1877 “parve a taluno di vedere guizzare”.

            Nel 1906 la grotta passò in concessione all’allora giovanissima Sezione “Monviso” del Club Alpino Italiano che affrontò il problema del superamento della grande cascata.

             Il lavoro è studiato da Valbusa e dal Borda con le guide Claudio e Giuseppe Perotti. La grande e verticale parete fu risalita con l’installazione di scale e passerelle aeree che permisero di raggiungere la prima saletta, del ramo superiore, con la posa di un tavolo di ferro e legno.

            Numerosi lavori speleologici furono compiuti: dalla prima stesura di un rilievo, datato 1858, che fu effettuato dal capo ufficio della sezione topografica del Regio Esercito Sardo, Carlo Meineri, alle scoperte portate a termine nell’anno1957 per merito degli appartenenti al G.S.P. C.A.I. – U.G.E.T. di Torino che ampliarono la conoscenza della grotta per uno sviluppo di m.1650 con un dislivello di m.120.

            Alla grotta fu interessato lo Speleo Club Saluzzo “Francesco Costa” che sotto la guida di Pio Monelli, il 30 settembre 1962, aprì una via più sicura per la salita al ramo superiore eliminando così il problema delle antiche scale ormai pericolanti.

            Altre esplorazioni dello Speleo Club Saluzzo e del G.S.P. portarono a nuove conoscenze allargando maggiormente il campo d’azione speleologico.

            Nell’anno 1963 il sodalizio saluzzese organizzò una campagna di studi in collaborazione con l’istituto di Zootecnica Generale e la partecipazione di ricercatori altamente qualificati. E’ l’“Operazione R..63” di cui fu data notizia in pubblicazioni varie.

            La grotta offre ancora prospettive di nuove ed entusiasmanti scoperte.

 

Continua

 

 

 

 

 

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Aggiornato il: 13/07/03 15.58.59

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